11.9.1768. La deportazione dei gesuiti
11 settembre 1768 – Alla spicciolata, stanchi, sporchi e affamati, molti uomini in tonaca scura arrivano a Borgotaro, implorando per un poco di pane. Sono tutti padri gesuiti, i primi di migliaia.
Questi uomini esausti hanno iniziato il loro viaggio dall’altra parte del mondo, un anno prima. Nel 1768, Carlo III re di Spagna ha ordinato l’espulsione dei gesuiti da tutti i territori del suo regno, cioè da penisola Iberica e Sud America. Accusati di congiurare contro il sovrano, in Spagna, Messico, Perù, Cile, Filippine, Nuova Granata e Río della Plata, 5.000 gesuiti vengono arrestati, caricati su barche sovraffollate e spediti verso l’Italia, per consegnarli al papa. Ma il papa non li vuole. Allora li spagnoli li sbarcano in Corsica – dove è in corso una guerra civile – e li lasciano lì finché possono, cioè finché l’isola non passa da Genova alla Francia. Poi anche i francesi ordinano di scacciare i padri gesuiti.
Già provati da una vita di stenti in Corsica, inizia allora un durissimo viaggio verso i territori della Chiesa in Romagna e nelle Marche, che passa anche da Parma.
I francesi imbarcano i gesuiti a ondate di alcune centinaia e li portano a Sestri. I primi sono caricati in nave il 9 settembre. Approdati sulle coste liguri, le autorità locali impediscono che sia offerto loro qualsiasi tipo di aiuto. I gesuiti – gente di ogni età, assolutamente estranei al territorio – devono allora mettersi in cammino e risalire l’Appennino fino al passo Cento Croci. Qui entrano nel parmense per scendere a Borgotaro.
“Venuti a piedi, senza scarpe, laceri e rotti pel disastroso cammino, muovevano veramente a compassione”, racconta Bonaventura Porta, commissario a Borgotaro. Qui ricevono finalmente un poco di aiuto.
Il primo gruppo messo sul sentiero a Sestri è di 150 uomini. Arrivano in cento. Li altri sono stati fermati dalla fatica. Giungeranno nei giorni successivi, ancor più malmessi dei primi.
La Francia ha un accordo con Parma. Offre quattro zecchini per ogni gesuita perché ne venga garantito il trasporto fino al confine con Reggio. Da là saranno le autorità del Ducato di Modena a fargli completare il viaggio fino alle Legazioni pontificie.
Parma ha preparato tre punti tappa. Il primo è Borgotaro; poi a Fornovo; quindi a San Lazzaro. Un ordine tassativo vieta l’ingresso dei gesuiti in città – anche da Parma sono stati scacciati -, per evitare manifestazioni in loro favore.
A Borgotaro ci sono dei carri per portarli a valle, ma non bastano per tutti. Parte dei bagagli che alcuni padri sono riusciti a trascinare attraverso l’Appennino vengono abbandonati a Borgotaro e cento anni dopo in paese ancora si conserveranno bauli di questi profughi della fede.
Il giorno 12, comunque, in 60 ripartono da Borgotaro per Fornovo. E la mattina del 13 sono all’Osteria del portone. I soldati che li scortano familiarizzano, offrono loro il pranzo: i figli di Ignazio da Loyola confessano che il primo giorno lieto dopo un anno di tribolazioni. Tanti parmigiani vengono a San Lazzaro per vedere i gesuiti. Poi i padri ripartono di nuovo, su carri, per arrivare al ponte sull’Enza della via Emilia, il confine.
Ma al governo ducale questa confidenza non piace. Chi comanda la truppa viene sgridato e la locanda isolata con un cordone di soldati, perché al prossimo contingente di gesuiti non abbia modo di avvicinarsi gente. Così i passaggi successivi sono ancor più difficili. Solo a Modena viene offerto sempre aiuto abbondante e spontaneo.
A questo primo gruppo di diseredati in tonaca ne seguono molti altri, ogni giorno, sempre sullo stesso itinerario e con le medesime modalità, fino a metà novembre. Transitano fra i 2.000 e i 3.000 religiosi.
Ma pian piano, le molteplici reazioni indignate di chi assiste alla deportazione di questa gente senza colpa venuta dall’America spinge i governi a cercare soluzioni un poco più umane. Gli ultimi deportati, delle province di Toledo e Andalusia, invece che dall’Appennino parmense passano dalla meno accidentata Toscana.

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Succede l’11 di settembre:


