22.5.1654. Nella Bassa allagata, rissa fra due donne rivali
22 maggio 1654 –
“Il Po ruppe l’argine alla Cella, e inondò la Cella, Sanguigna, Saca, Cupermi. Stricimò l’argine al Mezan di Rondani e tutta la parte della da là Parma era inondata. Viene il signor comissario delli argini a vedere e ritornò a Parma conducendo duoi sachi di pane per socorere li operari e quelli ch’erano nella aqua“.
La notizia dell’alluvione a Sacca e Mezzani e dei soccorsi portati dall’autorità preposta al controllo delle acque, ce la dà il prete di Colorno Costantino Canicetti, testimone oculare, svelto ad annotare tutto sul suo diario.
Del cataclisma parlano in tantissimi altri, perché colpisce metà pianura Padana. Il Po resta gonfio per settimane: ha allagato Cremona già il 4 maggio facendo vittime e colpirà anche i territori di Mantova e di Ferrara.
Nel parmense, l’esondazione di questo 22 maggio 1654 è solo l’inizio del disastro. La piena del fiume Po continua e il giorno dopo l’argine si rompe anche a Mezzano Superiore, mentre poco distante straripa anche l’Enza. Vanno sotto Mezzano Superiore, Inferiore, l’abitato di Parmetta e Casale. Più a monte, l’alluvione raggiunge Ragazzola e Fontanelle. Un’enorme area tornata ai tempi delle paludi.
Sulla sponda lombarda non stanno meglio. Il Grande Fiume ha invaso anche Casalmaggiore, Viadana e tutti centri intorno.
Giungono altri aiuti: un intero carro di pane che il 23 viene distribuito sulla piazza di Colorno. Il 24 arrivano i principi Alessandro e Pietro Farnese, fratelli del duca Ranuccio, ad osservare le campagne inondate e farsi un’idea dei danni. Il 27 pure Ranuccio raggiunge Colorno, accompagnato da diversi feudatari della Bassa, di nuovo portando pane per gli sfollati. Per raggiungere Sacca, Mezzani e Cella, il duca deve salire su una barca a Colorno e navigare in quel gran lago che è diventata la pianura.
Tutti concentrati sul disastro naturale, dunque? No, perché in mezzo a questo evento catastrofico, a Colorno c’è chi pensa sia l’occasione buona per chiudere una rivalità amorosa. Nella chiesa di Santa Margherita si accendono ceri perché è Pentecoste e per invocare la grazia di far tornare l’asciutto. Ma la cerimonia viene interrotta da un episodio increscioso: una tale Maria e una tale Lucrezia si prendono a pugni. Sono rispettivamente la moglie e l’amante di un signor Giovanni (un dongiovanni, per l’appunto…), che ha regalato ad entrambe lo stesso prezioso nastro per capelli; prima l’aveva concesso all’amante, poi in qualche modo se lo è ripreso e ora lo indossa la moglie. Aiutata da sua madre, Lucrezia riesce a strappare questa “tavella” dal capo della rivale, dopo averla colpita violentemente in volto, e prima di essere cacciata.
“Uno scandalo così grando che mai a miei giorni non ho sentito a dire“, commenta il prete, incredulo che davanti alla potenza distruttrice della natura, ci sia ancora chi vede solo la sua gelosia.

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Succede il 22 di maggio:


