1.7.1560. La classifica dei feudatari
1 luglio 1560 – Una grida del duca Ottavio fornisce le istruzioni per la misurazione di tutto il territorio del Ducato farnesiano, cosa che già aveva chiesto suo padre Pier Luigi nel 1545, ma rinviata di qualche anno a causa della morte di questo.
La nuova casata che ha preso il controllo di Parma vuole capire esattamente su cosa e su chi sta governando, anche per poter riscuotere le tasse senza evasori. Nelle indicazioni date dal duca, i beni della Chiesa dovranno essere solo stimati, così come tutte le aree improduttive, dalle isole fluviali senza vegetazione alle cime dei monti, dalle chiastre ai terreni sterili. Invece, dei siti abitati e produttivi il signore del Ducato vuole conoscere tutto.
La raccolta dei dati impegnerà gli agrimensori parmensi per due anni. Ne risulta un’accurata, dettagliata e completa fotografia delle campagne del parmense a metà Cinquecento, nonché dei poteri feudali che convivono con il potere ducale.
Il territorio direttamente sottoposto alla città è esteso su 197.985 biolche parmigiane, cioè 61.007 ettari; una biolca di Parma è quasi un terzo di ettaro. È diviso in quattro distretti, ciascuno riferito alla porta da cui uscire per raggiungerlo: Porta Benedetta, a nord, arriva fin quasi a Colorno; Porta Cristina, il settore ovest, si estende fino a Taneto oltre l’Enza; Porta Nuova è rivolto a sud, fino all’Appennino, compresa la podestaria di Neviano degli Arduini e la Valle dei Cavalieri che sale a Succiso; Porta Parma, allungato verso est fino al Taro, comprende anche all’alta collina.
Di questa vasta area, oltre 100.000 biolche sono proprietà di singoli cittadini e altre 30.000 di enti religiosi. Qui i feudatari contano poco, perché già in età comunale le istituzioni civiche li hanno espropriati di terre e diritti. Ma anche il duca non possiede granché: le terre di proprietà ducale sommano poco più di 8.000 ettari.
Ben diversa la situazione nelle aree al di fuori del territorio considerato proprio della città. Il resto del parmense – per 440.774 biolche (135.822 ettari) – è ancora in mano a feudatari. La rilevazione di questo 1560 elenca 45 feudi – sono esclusi quelli vescovili –, che si estendono anche su parte del piacentino, dominati da 14 famiglie, compresa le giurisdizioni di Poviglio e di Tizzano che rispondono direttamente al duca e il territorio di Fontevivo che appartiene totalmente ai benedettini.
I Pallavicino sono i feudatari con diritti sul territorio più vasto: considerando i diversi rami della famiglia, dominano su feudi estesi su 166.334 biolche, delle quali 15.828 in piena proprietà.
I Rossi vantano diritti su aree estese per 63.739 biolche (3.746 possedute). I Sanvitale per 41.433 (12.076). Gli Sforza di Santafiora 26.193 (3.638). I Rangoni 24.508 (7.102). I Sanseverino 23.561 (1.737). I Torelli 19.936 (4.495). I Terzi 13.104 (154). I Fieschi 10.357 (444). I Meli Lupi 9.633 biolche, delle quali ben 3.079 di proprietà. Altre famiglie, come i Simonetta e i da Correggio, nel parmense hanno feudi di dimensioni inferiori alle 10.000 biolche.
Ma di chi sono le terre nei feudi che non appartengono ai feudatari? In gran parte sono detenute dai contadini che le coltivano, ancora sottoposti ad alcuni obblighi verso i feudatari, ma comunque proprietari autonomi. Mentre nei quattro distretti controllati dalla città gli agricoltori sono quasi sempre mezzadri o affittuari (solo il 29% della terra è coltivato in proprio), quasi il 60% delle aree feudali è dei contadini.

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Succede il 1° di luglio:


